Archivio dell'autore: ortomontano

Ultimi giorni d’estate nell’orto

In Amandola l’autunno arriva presto. Le temperature si sono già abbassate e per la prossima settimana è prevista pioggia. Il massimo che possiamo sperare è che le piante di pomodoro riescano a far maturare i frutti già formati ma ancora acerbi: per questo stamattina ho capitozzato tutti i pomodori, per forzarli a maturare i frutti che hanno già senza disperdere energie inutili in nuova crescita verde. Nelle foto sotto: gli ultimi pomodori della stagione.

Le trombette, come temevo, non hanno prodotto quasi nulla per tutto agosto: erano concentrate a far maturare le zucche che ho lasciato su. Ma ora le zucche sono completamente mature e inaspettatamente la produzione di zucchine è ripartita alla grande. L’altra cucurbitacea che ho piantato quest’anno a ortomontano è una delle mie bestie nere: la Luffa cylindrica. Ho piantato luffe negli ultimi due o tre anni, senza successo. È una pianta esigente: vuole caldo, acqua tanta e regolare, tanto concime, sole si ma meglio di sera ecc ecc ecc. La cosa più frustrante, per chi come me coltiva luffa lontano dall’equatore, è che è una pianta brevidiurna che non tollera il freddo. Capirete l’assurdità della richiesta, qua sui Sibillini. Comunque sia è il primo anno che vedo frutti, uno anche di discrete dimensioni. Fra qualche settimana raccoglierò la mia prima spugna vegetale autoprodotta. Nelle foto sotto: il raccolto di tromboncini di stamattina e la luffa.

Come tostare e conservare le nocciole

Il modo migliore per conservare le nocciole è tostarle e metterle in barattolo a caldo. Un barattolo di nocciole tostate con la giusta tecnica può durare dieci anni, dipende solo dalla tenuta del tappo. Le istruzioni che si trovano online su come tostare le nocciole sono fuorvianti, imperfette o proprio sbagliate. Il metodo che si usa a casa mia da anni è il seguente.

Si sgusciano le nocciole, si dispongono su una teglia di metallo in modo che non siano ammucchiate e si infornano nel forno preriscaldato a 200° C. Ogni tanto si dà una mossa alla teglia e in 10 o 15 minuti sono pronte (quando sono tostate si capisce sia dal colore che dal profumo). A questo punto vanno immediatamente messe nei barattoli e chiuse. Il calore delle nocciole crea l’effetto sottovuoto che permette una conservazione perfetta. Inoltre questo processo fa staccare le pellicine: quando si aprirà il barattolo, dopo giorni, sarà facilissimo pulire le nocciole. Una volta aperto il barattolo si perde il sottovuoto e le nocciole si conservano per poche settimane.

Il grande raccolto di nocciole 2020

Sono giorni che raccolgo nocciole e non finirò prima di una settimana: molte nocciole devono ancora cadere dagli alberi. Il raccolto di quest’anno è eccezionale: zero cimici, nessuna malattia fungina, quasi nessun balanino e una quantità esagerata di nocciole. Ovviamente con zero trattamenti e spollonatura manuale. Anno scorso il nostro noccioleto aveva registrato il suo record negativo di sempre, con una produzione scarsissima e di pessima qualità. Si sa che l’alternanza è una caratteristica dei noccioli, i quali producono bene un anno e si riposano il seguente, ma nel nostro caso il fenomeno si è presentato in modo drastico: anno scorso niente, quest’anno decine di chili. Le varietà autoctone di noccioli dei Monti Sibillini che abbiamo piantato producono frutti che si conservano molto a lungo, fino a due anni: è sempre saggio conservarne un po’ negli anni grassi per avere nocciole nei (prevedibili) anni magri.

Il noccioleto stamattina poco dopo l’alba

Storia di un campo: da terra vergine al primo raccolto

Anno scorso al Bellavista abbiamo individuato un’area con poca pendenza, adatta per un piccolo campo (o per un grande orto). Il pregio principale del sito è l’ottima esposizione, il difetto principale è la totale mancanza di acqua. Come la stragrande maggioranza dei terreni nelle Marche del sud, anche questo è un suolo argilloso. La terra non veniva lavorata da più di dieci anni e si presentava come un prato-pascolo permanente (regolarmente trinciato). La prima operazione è stata arare un’area di circa 250 metri quadrati con un aratro monovomere (anche detto pertecara): il terreno era asciutto (cosa fondamentale quando si lavora sull’argilla) e la lavorazione è andata a buon fine. Il passo successivo è stata la concimazione: abbiamo ricoperto il campo di uno strato di letame di pecora spesso 20 o 30 centimetri. Una decina di carri, per intendersi. Il letame, oltre ad essere ben maturo, era anche molto ricco di paglia: perfetto per un orto in aridocoltura. La lavorazione successiva è stata eseguita con un ripuntatore (o estirpatore o ripper) a quattro ancore: poche veloci passate hanno parzialmente interrato e rimescolato il letame.

Aratro e ripuntatore usati per la preparazione del campo

Poi per alcuni mesi il campo ha riposato. La seconda decade di marzo è stata eseguita un’ultima lavorazione con la motozappa e una buona del campo è stato assolcato manualmente subito prima dell’impianto della prima coltura: le patate. Abbiamo piantato 25 kg di patate Kennebec bianche e 25 kg di patate Desireè rosse. L’altra parte del campo è rimasta a riposo fino al trapianto dei pomodori da sugo e alla semina di zucche e girasoli, più in là nella stagione. A maggio eravamo già ragionevolmente certi che le patate stessero crescendo bene (vedi foto). Dall’impianto alla fine della raccolta, la settimana scorsa, siamo intervenuti due sole volte: una volta per il rincalzo e una volta per dare una copertura di verderame che si era resa necessaria. Per il resto siamo stati molto fortunati: ha piovuto abbondantemente e a intervalli regolari durante tutto il periodo di fioritura; la dorifora della patata è arrivata solo in luglio e in numeri esigui; il nostro recinto, pur essendo più apotropaico che materialmente efficace, ha tenuto fuori istrici e cinghiali.

Le piante di patate a maggio, vigorosissime e fiorite

Le piante di patate a giugno, con 5-7 fusti ognuna e tutta più alte di un metro. In prima fila nella foto: le Desireè.

Insomma una serie di buone tecniche colturali e una massiccia dose di fortuna ci hanno regalato un buon raccolto. Da queste parti le patate rendono solitamente dalle quattro alle sei volte l’investimento (pianto 1 kg di tuberi e ne raccolgo dai 4 ai 6 kg). Se non piove mai a maggio o a giugno si rischia anche di non raccogliere quasi nulla. Ci aspettavamo di raccogliere qualcosa come un paio di quintali, invece quest’anno Peter e io abbiamo prodotto circa 5 quintali di patate, decuplicando il nostro investimento iniziale. Per la zona in cui coltiviamo è un ottimo raccolto.

Se c’è una cosa che dà più soddisfazione di un sacco di patate questo è certamente un carro di patate. Nella foto: l’ultima raccolta di Desireè rossa verso metà agosto

La stagione del pomodoro: prima ondata

San Marzano, Ovalini e Tondi lisci raccolti in Amandola

Finalmente arrivano i primi raccolti sostanziosi di pomodori. Oltre alla trentina di piante che curo ad ortomontano, in Amandola, (di cui parlo qui) quest’anno abbiamo piantato anche un sessanta o settanta pomodori anche al Bellavista. Obiettivo principale del piantamento è la produzione di pomodori da salsa per due famiglie. Nel mio orto ho un approccio intensivo alla coltivazione del pomodoro: piante di pomodori indeterminati (quilli àrdi), potate sistematicamente, fitte (circa 3 al metro quadro), irrigate al minimo bisogno (con acqua piovana raccolta dal tetto), piantate su telo pacciamante. Al Bellavista, per i pomodori da sugo, abbiamo optato per una strategia agricola diametralmente opposta: dopo le dovute lavorazioni del terreno abbiamo impiantato pomodori “San marzano” determinati (quilli bassi), irrigati solo al momento dell’impianto (l’irrigazione non è possibile in quell’area), senza pacciame e in pieno campo. Per vari motivi, fra cui un tentativo di semina diretta andato male, siamo riusciti a mettere tutte le piante in campo solo a Maggio inoltrato. Ma il sole, le piogge al momento giusto, il microclima del campo e la gran voglia di vivere delle piante di pomodoro hanno fatto il resto. Ieri abbiamo fatto la prima raccolta di una trentina di kg di pomodori sanissimi e maturati sulla pianta, ma siamo solo all’inizio.

Pomodori San marzano coltivati in campo aperto: metà del raccolto di ieri al Bellavista

Un ciclo di pollastri

I polli a fine Giugno vicino al pollaio che abbiamo costruito per loro con bancali di recupero.

Quest’anno al Bellavista abbiamo allevato un piccolo stormo di polli da carne. In primavera abbiamo comprato dieci polletti di circa quaranta giorni: cinque Kabir bianchi e cinque Label Rouge. Ci hanno raccomandato di non metterli insieme perché si sarebbero uccisi, ma siccome i polletti erano tutti della stessa grandezza ed età e avevano pascolo in abbondanza li abbiamo messi tutti insieme lo stesso. I polletti non sono scemi: se hanno cibo, acqua e spazio a sufficienza non hanno motivo di combattere fino alla morte. Infatti, a parte qualche scaramuccia rituale per definire la loro graduatoria interna, non si sono mai azzuffati granché. Tanto meno i bianchi si sono alleati contro i rossi o viceversa: ognuno era per sé e contro tutti, ma pigramente. Nei loro tre mesi e passa di permanenza hanno condiviso un pollaio da un metro cubo la notte, mentre di giorno sono stati per lo più al pascolo insieme alle galline e alle anatre. Ci è andata bene con i predatori (al Bellavista passa di tutto, dai lupi agli astori e dai topi alle volpi) e non abbiamo avuto nessuna perdita. I pollastri hanno razzolato e mangiato erba e insetti a volontà. Abbiamo comprato granaglie da un contadino vicino e deciso noi la miscela, quindi siamo riusciti ad evitare l’onnipresente soia: li abbiamo nutriti con un misto di mais, grano, orzo, sorgo e favino. Per ora che abbiamo macellato i galletti, fra metà Luglio e inizio Agosto, erano tutti maturi e ben sopra i tre kg vivi.

Economicamente parlando allevare polli in questo modo non è un affare: comprando sia i polletti che le granaglie siamo ancora dal lato del consumo piuttosto che da quello della produzione. In ogni caso abbiamo prodotto ottimi polli dal pascolo alla tavola, e questo è un altro passo verso l’autoproduzione e il consumo consapevole.

Tromboncino summer squash

Cucurbita Moschata varietà Trombetta di Albenga

Ho coltivato diverse varietà di zucchine, negli ultimi anni. Alberello di Sarzana, Bianca di Trieste, Romanesco, Patisson, Tonda di Nizza, quelle gialle, quelle chiare, quelle scure. Sono tutte Cucurbita Pepo, il più diffuso genere di cucurbita coltivata per il consumo del frutto immaturo. Fra le Pepo la mia preferenza va alle zucchine scure o allo zucchino costoluto romanesco. Le bianche non le sopporto. Le Patisson sono buone solo per i polli. Quest’anno, invece, non ho piantato nessuna Cucurbita Pepo nel mio orto. Per la produzione di zucchine ho scelto la Trombetta (o Tromboncino) di Albenga, la quale è una delle rarissime Cucurbita Moschata selezionate per la qualità del frutto immaturo. Quasi tutte le Moschata, come la Butternut o la Moscata di Provenza, vengono coltivate come zucche e dunque la raccolta si fa a frutto completamente maturo. La Trombetta è una cucurbita a duplice attitudine, il cui frutto è ottimo quando immaturo (zucchina) e buono quando completamente maturo (zucca). Nello stato intermedio, quando il frutto è molto grande ma non ha cominciato a far indurire la pelle, è comunque apprezzabile. Infatti, mentre le Pepo mature diventano spugnose e immangiabili, le Moschata rimangono a pasta solida. Questa è una caratteristica che rende questa varietà molto pratica per un orto familiare: chi coltiva zucchine sa che c’è un boom nella produzione che porta ad avere grandi quantità di zucchine tutte insieme, troppe per l’autoconsumo. La Trombetta ci permette di mangiare zucchine a diversi stadi di maturazione e soprattutto ci lascia aperta l’opzione di dimenticare in campo i frutti già troppo grandi per essere zucchine e di raccoglierli come zucche mature a fine stagione.

Le Moschata sono piante vigorosissime e caotiche. Ho seminato per avere quattro piante, destinando loro circa 7 metri quadri (una fila 7×1). Di gran lunga troppo poco. Le Trombette hanno lo stesso comportamento delle zucche, non sono come le Pepo. Sono striscianti e rampicanti e debordanti. Se hanno letame, acqua e caldo diventano incontenibili. Le liane, quando toccano terra, sviluppano nuove radici. Ad ogni nodo producono anche fiori, frutti e nuovi rami. Ogni ramo fa nuovi frutti, fiori, radici e rami e così via. Ho dovuto allungare l’aiuola, dissodando la terra del prato per fare posto alle zucchine che avanzavano a 20 centimetri al giorno. Quasi tutti i giorni reindirizzo i nuovi rami che escono e corrono sul sentiero verso i pomodori, e cerco di limitare lo spazio coperto dalle Trombette. Nonostante i miei tentativi di contenerle, al momento quattro piante coprono una ventina di metri quadri, e non è certo finita qui. Fino ad ora abbiamo avuto zucchine in abbondanza e in campo ci sono diverse zucche ormai decisamente grandi che lasceremo fino a maturazione completa (come quelle delle foto sopra). Spero che avere frutti maturi non spinga le Trombette a smettere di produrne di nuovi, ma questo lo scopriremo solo più in la nella stagione. Intanto la vegetazione continua. Nella foto sotto: le quattro piante di Trombetta qualche giorno fa.

I pomodori di luglio

I pomodori sono una delle mie colture preferite tanto che, con una trentina di piante, quest’anno occupano un terzo del mio orto. L’obiettivo è quello di produrre pomodori da tavola per casa (quelli da salsa sono un’altra storia) e ottenere un raccolto costante e vario per tutta la stagione. Ho comprato piantine di ibridi commerciali per un raccolto precoce, ma ho anche seminato varietà antiche ad impollinazione aperta sia in semenzaio che in terra piena. L’uniformità di una popolazione porta alla fragilità del sistema mentre la diversità crea resilienza. E poi le annate sono tutte diverse e non è detto che le varietà che anno scorso hanno prodotto abbondantemente quest’anno facciano altrettanto. Coltivare varietà diverse diminuisce i rischi perché ognuna ha resistenze e debolezze proprie. Ma soprattutto un raccolto vario e ben distribuito nel tempo è la cosa più desiderabile per la tavola. Ho iniziato la stagione dei pomodori a fine aprile, un rischio da queste parti. Ho trapiantato diciotto piante, sei per ogni tipo. Ho scelto dei Tondi lisci, dei San Marzano e degli Ovalini vesuviani, tre varietà commerciali normalmente reperibili in vivaio o al mercato.

I Tondi lisci sono piante estremamente vigorose, molto produttive e piuttosto precoci. Stiamo raccogliendo pomodori da 200 gr, sodi e croccanti dalla seconda settimana di luglio. È il classico pomodoro tondo da insalata ed è la prima varietà che abbiamo iniziato a raccogliere. Come primo pomodoro della stagione è apprezzatissimo, anche se non ha un sapore intenso. In verità è piuttosto insipido e non esiteremo a preferirgli i pomodori tardivi di agosto e settembre, quando arriveranno.

I notissimi San Marzano non sono pomodori da insalata, anche se da acerbi sono apprezzabili anche crudi. Sono stati selezionati per la produzione di pelati, ma io li ho piantati per il loro secondo miglior uso: cuocerli in padella o sulla brace. La pelle finissima del frutto, la caratteristica che lo rende speciale per gli usi culinari di cui sopra, lo rende più vulnerabile agli shock idrici, al marciume apicale e ai danni fisici. Il San Marzano è un fighetto e sto scartando molti fruttini danneggiati, ma comunque raccogliamo pomodori maturi di buona pezzatura da questa settimana.

Gli Ovalini vesuviani sono della stessa famiglia del Pomodorino del Piennolo del Vesuvio, del Principe Borghese e del Piccadilly. È una bella pianta dalla crescita molto regolare che produce palchi da dieci o dodici frutti da non più di 50 gr l’uno. Questo pomodoro è saporito ma dolce, rosso scuro, buono sia cotto che crudo. Incomparabilmente più buono di un Tondo liscio. Cominciamo a raccoglierne qualcuno ora, a fine luglio.

I pomodori seminati da me invece devono ancora arrivare, ma il tempo non gli manca: nell’alta collina marchigiana la stagione dei pomodori è solitamente da agosto a settembre. Nella foto: le tre varietà di f1 che coltivo quest’anno.

Ortomontano – Il ritorno

Dal 2013 al 2017 ho documentato i miei esperimenti agricoli su questo blog. Poi non ho più scritto nulla per anni, ma non ho mai smesso di coltivare orti, piantare alberi, produrre cibo. Ho imparato cose nuove ogni stagione e continuato a sperimentare e a studiare. Alcune idee e tecniche agricole che nei miei primi anni da coltivatore mi sembravano geniali ora mi sembrano ingenue, altre non hanno superato la prova dei fatti. Negli ultimi anni ho coltivato in posti diversi, fuori da ortomontano (ma sempre nelle Marche del sud), con microclimi diversi e con tecniche diverse. Ho letto nuovi libri e seguito corsi. Ho coltivato patate e pomodori e aglio, ho allevato polli, ho fatto l’aceto di frutta, fatto salumi, fatto fatica. Sono cose che fino a non molto tempo fa le nostre nonne facevano con una mano dietro la schiena e che io non sapevo fare. È una bella soddisfazione.

Torno a scrivere delle mie autoproduzioni agricole qui su ortomontano. Il blog cambierà, ma i vecchi post rimarranno così come sono, anche quelli che non condivido più. Lo scopo di questo blog, infatti, è quello di documentare le mie produzioni e i miei pensieri nel corso del tempo. Oggi curo ancora il mio giardino e coltivo un orto intensivo da 30 metri quadrati in Amandola sui Monti Sibillini, come quando iniziai a scrivere questo blog ma ho anche intrapreso una collaborazione con Peter dell’Agriturismo Bellavista di Monte san Martino. Insieme coltiviamo un orto estensivo, alleviamo polli e molto altro.

Guardando a sud dal campo di patate, Maggio 2020, Bellavista

Svernare peperoncini: Acrata (Capsicum annuum) II

È la terza primavera di vita del peperoncino Acrata che abbiamo selezionato per produttività e resistenza al freddo. Dopo aver passato egregiamente l’invernata mite del 2016 è riuscito a superare anche l’inverno del 2017 con temperature ben sotto lo zero. Dopo 5 mesi in ambiente chiuso ma non riscaldato e con poca luce, l’Acrata ha ripreso la crescita vegetativa. Lo abbiamo potato e spostato nella sua posizione estiva in terrazza.

Avere una pianta di peperoncini pluriennale ha diversi vantaggi. Il meno evidente (ma forse il più importante) è il fatto che così si garantisce la purezza varietale dei discendenti nati dai primi semi: l’Acrata sarà l’unico Capsicum Annuum in fiore per mesi e il rischio di ibridazione con altre varietà è inesistente.

Acrata anno 3 2017