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Storia di un campo: da terra vergine al primo raccolto

Anno scorso al Bellavista abbiamo individuato un’area con poca pendenza, adatta per un piccolo campo (o per un grande orto). Il pregio principale del sito è l’ottima esposizione, il difetto principale è la totale mancanza di acqua. Come la stragrande maggioranza dei terreni nelle Marche del sud, anche questo è un suolo argilloso. La terra non veniva lavorata da più di dieci anni e si presentava come un prato-pascolo permanente (regolarmente trinciato). La prima operazione è stata arare un’area di circa 250 metri quadrati con un aratro monovomere (anche detto pertecara): il terreno era asciutto (cosa fondamentale quando si lavora sull’argilla) e la lavorazione è andata a buon fine. Il passo successivo è stata la concimazione: abbiamo ricoperto il campo di uno strato di letame di pecora spesso 20 o 30 centimetri. Una decina di carri, per intendersi. Il letame, oltre ad essere ben maturo, era anche molto ricco di paglia: perfetto per un orto in aridocoltura. La lavorazione successiva è stata eseguita con un ripuntatore (o estirpatore o ripper) a quattro ancore: poche veloci passate hanno parzialmente interrato e rimescolato il letame.

Aratro e ripuntatore usati per la preparazione del campo

Poi per alcuni mesi il campo ha riposato. La seconda decade di marzo è stata eseguita un’ultima lavorazione con la motozappa e una buona del campo è stato assolcato manualmente subito prima dell’impianto della prima coltura: le patate. Abbiamo piantato 25 kg di patate Kennebec bianche e 25 kg di patate Desireè rosse. L’altra parte del campo è rimasta a riposo fino al trapianto dei pomodori da sugo e alla semina di zucche e girasoli, più in là nella stagione. A maggio eravamo già ragionevolmente certi che le patate stessero crescendo bene (vedi foto). Dall’impianto alla fine della raccolta, la settimana scorsa, siamo intervenuti due sole volte: una volta per il rincalzo e una volta per dare una copertura di verderame che si era resa necessaria. Per il resto siamo stati molto fortunati: ha piovuto abbondantemente e a intervalli regolari durante tutto il periodo di fioritura; la dorifora della patata è arrivata solo in luglio e in numeri esigui; il nostro recinto, pur essendo più apotropaico che materialmente efficace, ha tenuto fuori istrici e cinghiali.

Le piante di patate a maggio, vigorosissime e fiorite

Le piante di patate a giugno, con 5-7 fusti ognuna e tutta più alte di un metro. In prima fila nella foto: le Desireè.

Insomma una serie di buone tecniche colturali e una massiccia dose di fortuna ci hanno regalato un buon raccolto. Da queste parti le patate rendono solitamente dalle quattro alle sei volte l’investimento (pianto 1 kg di tuberi e ne raccolgo dai 4 ai 6 kg). Se non piove mai a maggio o a giugno si rischia anche di non raccogliere quasi nulla. Ci aspettavamo di raccogliere qualcosa come un paio di quintali, invece quest’anno Peter e io abbiamo prodotto circa 5 quintali di patate, decuplicando il nostro investimento iniziale. Per la zona in cui coltiviamo è un ottimo raccolto.

Se c’è una cosa che dà più soddisfazione di un sacco di patate questo è certamente un carro di patate. Nella foto: l’ultima raccolta di Desireè rossa verso metà agosto